L’agricoltura ai tempi del Covid-19

In questi mesi nei quali l’umanità intera soffre per il virus, pare proprio che, se c’è un ambito produttivo nel quale le ripercussioni della pandemia si sono fatte sentire meno di altri, questo è proprio quello dell’agricoltura. È fuori di dubbio, infatti, che ad eccezioni di realtà lavorative agricole con situazioni di stretto contatto, il mondo agricolo abbia, per sua natura, ampie possibilità di tenere a bada il virus con eccellenti risultati. Aria aperta, distanze, isolamento, sono tre fattori determinanti per evitare contagi, assembramenti e rischi. La salute fisica degli imprenditori agricoli e dei lavoratori è così salvaguardata e protetta, ma più in generale com’è la salute del mondo “agricoltura”?

Aspetti sanitari a parte, l’Agricoltura con la A maiuscola registra, ormai da anni, una situazione in chiaroscuro, con contesti produttivi sulla cresta dell’onda, altri in profonda crisi, altri ancora in un limbo piatto e senza apparente via d’uscita. Analizzarli nel dettaglio sarebbe davvero troppo lungo e ci limiteremo, per ragioni oggettive, a fornire un punto di vista della situazione agricola del nostro territorio del Veneto Orientale provando a gettare uno sguardo al futuro. Nessuno potrà smentire il fatto che certamente il settore più in salute sia quello vitivinicolo; il grande traino commerciale a livello planetario del Prosecco permette a tutta la filiera, a cominciare dai produttori di barbatelle per proseguire con i viticoltori e finendo con la commercializzazione del bicchiere di vino, di sostenersi economicamente su ottimi livelli tanto da garantirsi possibilità di investimenti importanti sia in termini di ricerca che di tecnologia.

Benché si assiste ad un rallentamento per i nuovi impianti di vigneto, la capacità produttiva del nostro territorio, avversità atmosferiche escluse, evidenzia rilevanti incrementi per effetto delle superfici investite a vite, aumentate notevolmente in questi ultimi anni. A rendere ulteriormente pregevoli tali miglioramenti relativi alla quantità, è la accresciuta qualità delle produzioni, figlia dell’introduzione di comportamenti virtuosi degli agricoltori (ad es. Agricoltura biologica e SQNPI – Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata) che spinti, e convinti da più parti, in primis i consumatori, ma poi enti di certificazione, cantine cooperative, mercati internazionali, ecc… assecondano le nuove tendenze verso una agricoltura più sana, sostenibile, amica della natura e dell’ambiente e che conferisce al prodotto finale un valore aggiunto di salubrità delle produzioni e sicurezza alimentare. Continuando la nostra panoramica possiamo affermare che sui seminativi cerealicoli la questione è già più difficile e con previsioni meno rosee. Frumento, orzo e mais viaggiano su prezzi poco competitivi per gli agricoltori, con costi di produzioni invece costanti e spesso accresciuti. I quantitativi ci sono, le richieste pure, ma ciò nonostante i prezzi dei mercati registrano solo pochissime finestre temporali con valori in aumento, per poi stagnare per gran parte dell’anno. Anche la barbabietola, solo una ventina d’anni fa molto più diffusa di oggi, non sta passando stagioni felici.

Per i produttori, con l’oggettiva necessità di lavorazioni agro-meccaniche altamente professionali e con macchine costose, la coltura comincia ad essere sempre meno redditizia. Un settore, quello dello zucchero, che a livello nazionale brilla come pessimo esempio di gestione della politica economica, svenduto in favore di mercati esteri che hanno sostituito la produzione nazionale. E pensare che il nostro areale, soprattutto nel sandonatese-portogruarese, vantava produzioni bieticole, sia in termini di resa che di qualità dello zucchero, che primeggiavano a livello Europeo. Discorso diverso per le oleo-proteaginose, soia principalmente, che da parecchi mesi è quotata con valori al quintale davvero impensabili fino a poco tempo fa. Le aspettative continuano ad essere positive e anche il mercato propone giorno dopo giorno conferme in questo senso per il mantenimento dei prezzi. Un reddito inaspettato per questa coltura che però mette ancor più in difficoltà il settore dell’allevamento. I costi dei mangimi, di cui la soia è uno degli ingredienti principali, crescono a dismisura e stanno mettendo in ginocchio, se già non lo erano dapprima, le aziende zootecniche senza distinzione di settore; bovini da carne, bovini da latte, conigli, suini, avicoli, non serve sorteggiare quale tra questi sia maggiormente in difficoltà poiché davvero non c’è soluzione di continuità. Ormai il margine di guadagno è ridotto ai minimi termini e, se non saranno operate scelte drastiche a livello politico in difesa dei nostri allevamenti fra non molto, questo, che era uno dei nostri fiori all’occhiello dell’agricoltura italiana, sarà solo un triste ricordo. Nel nostro amato Veneto Orientale, infatti, gli allevamenti rimasti si contano sulle dita di una mano e immaginare il nostro quadrante pianeggiante senza allevamenti viene voglia di mettersi a piangere ( vista anche l’importanza della sostanza organica nei terreni). Se gli allevamenti sono alla frutta, come stanno, invece, i produttori ortofrutticoli?

Eccoci ad un altro settore che come paese stiamo rischiando di perdere, stretto da un lato dai costi di gestione (notevoli lavorazioni manuali, decine di operazioni agronomiche in difesa dai parassiti e malattie) e dall’altro dal mercato che con molta facilità lascia entrare nel nostro paese produzioni provenienti anche da paesi extraeuropei dove le regole produttive sono diverse dalle nostre; è come se due squadre si affrontassero in uno stesso sport, solo che, una ha un decalogo di regole da seguire e rispettare, mentre l’altra ne ha la metà o anche meno. Una competizione destinata a far soccombere certamente la prima. Come detto, quindi, è un quadro complessivo in chiaroscuro al quale aggiungere alcune altre considerazioni. La pandemia da Covid in primis; nel bailamme generale di DPCM consecutivi, di decreti e sostegni nei quali forse nemmeno la mitica lanterna di Diogene avrebbe saputo orientarsi, l’impegno della politica si è fatto sentire con aiuti e contributi, soprattutto per il settore agrituristico, anche se solo parzialmente in grado di compensare le perdite subite. In materia fiscale è stata varata con notevole successo la ormai nota Agricoltura 4.0, un credito d’imposta del 50% che diventa fondamentale per migliorare tecnologia ed innovazione di macchine, attrezzature, software e computer teleguidate in interconnessione per aziende proiettate verso il futuro. Permangono tuttavia altri problemi sui quali le soluzioni sono ancora di là a venire; i cambiamenti climatici e la crescente carenza d’acqua obbliga tutti a ripensare, e non abbiamo molto tempo davanti a noi, una politica di risparmio idrico e di conservazione delle acque piovane, dal momento che non è pensabile fare agricoltura senza questo che è l’elemento primario per la vita. Il Veneto Orientale come area produttiva nasce nello stesso istante nel quale prendono vita i consorzi di Bonifica con le loro colossali opere di prosciugamento degli inizi del secolo scorso e dobbiamo essere contenti di fare agricoltura in una zona gestita dal Consorzio di Bonifica Veneto Orientale, all’avanguardia nella gestione telecomandata di manufatti e chiaviche in tutti i 100.000 e passa ettari dei mandamenti sandonatese e portogruarese. Certo, si può fare di meglio, dice colui che vede il bicchiere mezzo vuoto, ma ci vuole l’impegno di ogni soggetto chiamato a decidere altrimenti, come disse Papa Francesco nel 2019, “la prossima guerra mondiale sarà per l’acqua”. In verità una piccola guerra è già in atto ed è contro la fauna selvatica, soprattutto le nutrie, altro grave problema che colpisce per intero il nostro territorio. Animale non autoctono, ma dalla straordinaria capacità di adattamento, non avendo nemici naturali, questo roditore prolifera nelle nostre bonifiche come non mai e la sua eradicazione totale è una scommessa persa già in partenza. Ma il controllo della sua diffusione, al contrario, non è un’utopia, purchè si ragioni facendo squadra, comuni, province, associazioni venatorie; la pericolosità delle sue tane e gallerie nei canali è un tema legato non solo ai danni che potrebbero causare a trattori o macchine agricole che avrebbero la sventura di finirci sopra, ma alla sicurezza idraulica di tutti perchè se crolla un argine è la comunità intera che ne viene coinvolta. E tale sicurezza non può essere demandata alla buona volontà dei singoli che attuano nella loro proprietà abbattimenti e catture, ma è una responsabilità che deve ricadere sulla pubblica amministrazione. Come sarà dunque l’agricoltura del futuro?

L’aggettivo che più va alla moda è “sostenibile”, ossia amica della natura, dell’ambiente, con minor utilizzo di prodotti fitosanitari dannosi per la salute dell’uomo e degli animali, che utilizza con oculatezza la risorsa idrica, che attua comportamenti virtuosi per arricchire i terreni agricoli di sostanza organica dopo decenni di sfruttamento e di impoverimento. Ma dovrà anche veder riconosciuto un reddito adeguato, dal momento che elemento centrale affinché ci sia un agricoltura nel futuro è che ci siano gli agricoltori del futuro e la mancanza di reddito rende ormai “superato” il concetto di ricambio generazionale. Quando un agricoltore consiglia al proprio figlio di esercitare un altro mestiere significa che non c’è futuro. Se vogliamo invertire la rotta, rimbocchiamoci le maniche e impegniamoci, tutti, in prima persona nelle sedi opportune perché le istanze del mondo agricolo risuonino forte laddove maggiore è la sensibilità per accoglierle.

DENIS VENDRAMETTO